mercoledì, gennaio 18, 2012

Il mal di Montano

Non conoscersi mai. E' quello che Musil credeva succedesse con i diari intimi. Lui pensava che la diaristica sarebbe stata l'unica forma narrativa del futuro, poiché contiene in sé tutte le forme possibili del discorso. Ora, questo non lo diceva precisamente con entusiasmo, anzi credeva fosse una perdita di tempo o una superstizione pensare che il diario potesse, per esempio, aiutarci a conoscere noi stessi. Lo stesso diario che lui teneva illustra tale sfiducia verso il diario intimo che, infatti, è soltanto l'imbarazzante negativo di un'autobiografia, la sua più completa impugnazione. Nella versione di Musil il diario era il genere senza qualità per eccellenza, nulla di strano se teniamo conto della sua opinione su chi scrive diari intimi: "Non vi si trova niente da ascoltare" e del fatto che si domandava cosa ci si aspettasse di ascoltare: "Diari? Un segno del tempo. Diari se ne pubblicano tanti. E' la forma più comoda, più indisciplinata. Bene. Forse si finirà con lo scrivere soltanto diari, perchè si trova insopportabile tutto il resto [...] E' l'analisi stessa; né più né meno. Non è arte. Non deve esserlo. A che serve ascoltarsi lì dentro?"(pag. 102)

Pentotal per il mite orizzonte morto. Sono rimasta qui, sola e tranquilla, nei miei vestiti bianchi. Il pomeriggio è piatto. E c'è un bacio freddo sulla finestra. Io scrivo in questo pomeriggio d'agosto in un dialetto di ghiaccio, scrivo frasi che non capisco, frasi che non meritano commenti. A volte percepisco la seconda vita delle cose, la vita segreta e schiva che sta dietro a ciò che si vede, dietro alla famosa realtà. Non c'è niente di peggio della fama, e la realtà abbonda di fama. Ogni volta che penso a questo, mi ricordo di Seneca che diceva che la fama è orribile, perchè dipende dal giudizio degli altri. Come mi sembra orribile la realtà quando è sulla bocca di tutti, quando è famosa e si compiace del giudizio degli altri e ride, la povera realtà, senza accorgersi di non essere altro che pura apparenza, e la sua fama la cancello io, un minuto dopo l'altro, la cancello dalla mappa del futuro. Perchè io percepisco che cosa accadrà e percepisco anche la seconda vita degli oggetti e dico cose che io per prima non capisco e che non meritano commento. (pagg. 109-110)

"Il grande tema del diario intimo del ventesimo secolo", scrive Alan Pauls, "è la malattia, e gli appunti con cui lo scrittore accompagna il male formano qualcosa di simile a un bollettino quotidiano, instancabile, che rende conto della sua evoluzione, una sorta di cartella clinica che sembra avere orecchi solo per la riservata espressività del malessere."
Da quanto deduco da ciò che ho letto in quel saggio sul genere, coloro che nel secolo scorso hanno scritto grandi diari intimi non l'hanno fatto per sapere chi fossero in quel momento, ma li hanno portati a termine per sapere in che cosa si stavano trasformando, qual era la direzione imprevedibile verso la quale li stava trascinando la catastrofe. "Non è, infatti, la rivelazione di una verità ciò che quei diari potevano o volevano darci, bensì la descrizione cruda, clinica di un mutamento." (pag. 120)

(di Enrique Vila-Matas, traduzione di Natalia Cancellieri)

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